Per quanto riguarda l’Italia, la tradizione del numero 10 sopravvive più nei ricordi e nelle serie inferiori. Roberto Baggio, Alessandro Del Piero, Francesco Totti: un’intera era si è conclusa con loro. Oggi Lorenzo Insigne ha provato a interpretare il ruolo di trequartista, ma i suoi anni migliori li ha trascorsi sulla fascia sinistra. E il giovane Giacomo Raspadori? È più un falso nove. È un paradosso: il calcio italiano, da sempre considerato il più intelligente dal punto di vista tattico, ha seppellito il proprio orgoglio. La Serie A moderna ha dato grande importanza all’atletismo e alla verticalità. Squadre come l’Atalanta di Gasperini non utilizzano affatto un regista: tutta la loro creatività deriva dal movimento.
Ma c’è speranza di una rinascita. Guardate Jude Bellingham al Real Madrid: tecnicamente è un centrocampista centrale, ma si trova costantemente in area di rigore a effettuare gli ultimi passaggi. O Florian Wirtz al Bayer Leverkusen, considerato l’erede della tradizione. Il loro successo dimostra che il trequartista non è morto; si è trasformato. Ora, ai giocatori non viene richiesto solo di essere tecnicamente dotati, ma anche di essere estremamente laboriosi. Devono pressare, contrastare e poi, nella stessa azione offensiva, effettuare un passaggio incisivo. Questi giocatori venivano un tempo definiti “box-to-box”, ora si sono evoluti in un ibrido tra “otto” e “dieci”.
Quindi, cosa dovrebbero fare i giovani calciatori italiani che sognano di diventare il prossimo Totti? Gli allenatori delle giovanili sconsigliano di concentrarsi su un solo ruolo. Bisogna essere in grado di coprire sia la fascia che il centrocampo, e di giocare anche come centrocampista difensivo. Ma non bisogna perdere di vista l’aspetto più importante: la visione di gioco e il coraggio di osare. I club sono ancora alla ricerca di giocatori di questo tipo, perché senza creatività è impossibile vincere partite difficili quando l’avversario è chiuso in difesa. La Champions League si vince con il talento individuale che sa decidere un momento.
In definitiva, il calcio è un gioco e gli spettatori pagano per la bellezza. Per questo continueremo ad ammirare rari lampi di genio, che si tratti del colpo di tacco di Pedri o della progressione di Kvaratskhelia attraverso tre difensori. Forse tra qualche anno le tattiche cambieranno di nuovo e il numero dieci tornerà di moda. Nel frattempo, apprezziamo chi indossa questo numero non solo come un numero sulla schiena, ma come segno di appartenenza all’arte, ormai in via di estinzione ma immortale, della magia calcistica.
