Vi ricordate i tempi in cui la maglia numero 10 era indossata da un giocatore che vi faceva battere forte il cuore? Non un centrocampista difensivo, non un falso nove, ma un puro regista: uno che riceveva palla alle spalle degli attaccanti, non aveva paura di dribblare negli uno contro uno e forniva assist senza guardare. Oggi, il ruolo del numero 10 è quasi scomparso dal calcio di alto livello. È stato sostituito da centrocampisti versatili con un carico di lavoro enorme, incaricati di pressare, adattare le fasce e ripiegare in area di rigore. Ma il calcio italiano, da sempre rinomato per il suo genio tattico, è uno dei pochi paesi in cui il ricordo di un vero numero 10 è ancora vivo. Esploriamo perché questo ruolo sta morendo e quali giocatori (se non in Serie A, almeno nel resto del mondo) stanno cercando di far rivivere l’arte della creazione.
Tutto è iniziato con l’evoluzione tattica. Negli anni 2000, dominavano le formazioni a rombo o con il classico numero 10: basti pensare a Francesco Totti alla Roma, Kaku al Milan o Del Piero alla Juventus. Poi è arrivata l’era del pressing alto e della compattezza totale. Allenatori come Guardiola e Klopp hanno dimostrato che se un giocatore non difende, l’avversario sfrutta lo spazio alle sue spalle. Il numero 10 è diventato un punto debole. I club hanno iniziato a passare al 4-3-3 o al 3-4-3, dove il ruolo creativo è condiviso tra il centrocampista centrale e le ali false. Persino il numero 10, come seconda punta, è ora obbligato ad arretrare nella zona di contenimento. L’arte del colpo di tacco e del dribbling sul posto è diventata un lusso che pochi possono permettersi.
Ma la domanda crea l’offerta. Negli ultimi anni, sono emersi giocatori che stanno sfidando questo sistema. Prendiamo James Rodriguez: sì, non gioca in un top club, ma ai Mondiali del 2014 ha dimostrato che un classico numero 10 può essere efficace con il giusto supporto. O Cengiz Ünder al culmine della sua carriera? Tuttavia, il caso più eclatante è quello di Khvicha Kvaratskhelia. Al Napoli, sotto la guida di Spalletti, non era un numero 10 puro (giocava a sinistra), ma aveva completa libertà di accentrarsi, con i compagni che si adattavano di conseguenza. È un modello ibrido che può salvare il ruolo. Il segreto è dare libertà al giocatore creativo senza sacrificare l’equilibrio: ad esempio, schierandolo largo con la possibilità di accentrarsi a destra e mantenendo un terzino difensivo competente nella sua posizione.
