Avete mai guardato il Giro d’Italia e pensato: “Perché queste persone soffrono così tanto?” Scalare lo Stelvio sotto la pioggia battente, scendere a 90 km/h sull’asfalto bagnato, rischiare una clavicola rotta a ogni curva… e tutto questo per un montepremi inferiore a quello di un calciatore medio? Il ciclismo professionistico è probabilmente lo sport più brutale al mondo. Non perdona la debolezza, esige una dedizione assoluta, eppure rimane uno sport da gentiluomini, dove esistono regole non scritte di rispetto. Diamo uno sguardo dietro le quinte di questa follia.
La cosa fondamentale da capire è che un ciclista non è solo una persona in bicicletta. Sono atleti che bruciano dalle 6.000 alle 8.000 calorie al giorno durante le corse a tappe. Si sveglia alle 6 del mattino, si fa fare un massaggio, mangia la pasta, sale in sella, pedala per 5-6 ore, mangia di nuovo, si fa fare un massaggio, dorme… e fa così per tre settimane di fila. Al Giro o al Tour de France, ogni tappa è una battaglia non solo contro i rivali, ma anche contro il proprio corpo. Il glicogeno muscolare si esaurisce e subentra il “bonk”, uno stato in cui il cervello si spegne e le gambe diventano molli come ovatta. E bisogna continuare a pedalare perché la squadra è lì ad aspettare.
Le tattiche di squadra sono leggendarie. Ogni corridore ha un ruolo: il leader (colui che può vincere la classifica generale), gli scalatori (che aiutano in salita), i gregari (le api operaie, che portano l’acqua, riparano dal vento), gli sprinter e il capitano in pianura. Il ruolo più sottovalutato è quello dei gregari. Questi ragazzi sacrificano la propria carriera per il leader. Accelerano al limite e poi si staccano quando è il momento di attaccare. Sono pagati molto meno e il rischio di infortuni è lo stesso. Ma senza di loro, non si può vincere un solo Grande Giro. Guardate la storia: quando Vincenzo Nibali vinse il Giro, aveva alle spalle un esercito di eroi silenziosi.
