Hai appena girato un video con il tuo smartphone nel centro di Venezia: gondole, canali, tramonto. Il file è di quasi 2 gigabyte. Un minuto dopo, lo hai già inviato a un amico tramite WhatsApp e pesa solo 50 megabyte. Eppure, sullo schermo del tuo telefono, appare quasi identico. Com’è possibile? Questa è la magia della compressione dei dati, una delle tecnologie più importanti e invisibili dell’era digitale. Senza di essa, internet si incepperebbe: non saremmo in grado di ascoltare musica online, guardare Netflix o persino aprire una pagina web pesante. Ogni secondo, miliardi di dispositivi comprimono e decomprimono dati, e tu non te ne accorgi nemmeno.
Esistono due tipi di compressione: senza perdita di dati e con perdita di dati. La compressione senza perdita di dati viene utilizzata per testi, programmi e database. L’algoritmo ZIP, noto a tutti, cerca schemi ripetitivi e li sostituisce con link più brevi. Ad esempio, la frase “abc abc abc” diventa “3(abc)”. Una volta decompressa, la sequenza originale viene ripristinata con precisione. Per foto e video si utilizza la compressione con perdita di dati, come JPEG, MP3 e H.264. Questi algoritmi scartano senza pietà le informazioni che l’occhio o l’orecchio umano percepiscono a malapena. È proprio questo che permette di ridurre le dimensioni dei file di 10-100 volte.
Prendiamo il formato JPEG, quello in cui vengono scattate quasi tutte le nostre foto. L’occhio umano è più sensibile alle variazioni di luminosità che al colore. Pertanto, l’algoritmo converte l’immagine nello spazio colore YCbCr (luminanza, differenza di blu, differenza di rosso) e “assottiglia” i canali di colore, ad esempio memorizzando il colore di un pixel sì e uno no e calcolando la media degli altri. Successivamente, viene applicata una trasformata discreta del coseno (DCT), che suddivide l’immagine in blocchi di 8×8 pixel e ne analizza le frequenze dominanti. Le alte frequenze (transizioni nette, rumore) vengono scartate, poiché l’occhio umano non le percepisce bene. Di conseguenza, potrebbero comparire dei quadratini appena percettibili (artefatti) dove dovrebbe esserci un cielo uniforme, ma a noi la foto appare comunque “buona”.
